18 Gennaio 2019 Alberto Battaglia

La necessità economica, in assenza di migliori alternative, spinge a diventare gig worker quasi un lavoratore autonomo su tre.

È in questo gruppo che l’insoddisfazione e il disagio psicologico potrebbero manifestarsi con maggiore probabilità: ma è davvero così?
Innanzitutto, i dati: secondo una ricerca compiuta dalla società di consulenza McKinsey in sei Paesi (2016), i lavoratori indipendenti “per necessità” sono il 30%.

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Da un lato, il 14% composto da coloro che da esso traggono il reddito principale, dall’altro il 16% riferibile ai soggetti che ne ricavano guadagni supplementari.

La ricerca si basa su Usa, Svezia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Osservando i dati relativi a ciascun Paese, si nota come la quota di lavoratori indipendenti “per necessità” sia superiore laddove i tassi di disoccupazione erano maggiori. In Spagna, che nel corso del 2016 vedeva un tasso di disoccupazione compreso fra il 18 e il 20%, la fetta di worker indipendenti “costretti dalle circostanze” sale al 42%. Ben dodici punti al di sopra della media. Sul versante opposto troviamo la Svezia e il Regno Unito, ove solo il 26% dei lavoratori indipendenti preferirebbe un lavoro tradizionale. La disoccupazione, rispettivamente, era circa del 7 e del 5% nei due Paesi. Quest’osservazione, per quanto superficiale e dal perimetro limitato, sembra confermare che la Gig economy possa (anche) essere un’ ultima risorsa per coloro che non trovano un’alternativa occupazionale migliore.

Tuttavia, va detto che il grado di soddisfazione dei lavoratori indipendenti è generalmente superiore a quello espresso dalle controparti impiegate in lavori subordinati. A misurarlo è un sondaggio contenuto nel medesimo studio di McKinsey. Su 14 parametri di soddisfazione sul lavoro, gli indipendenti “per necessità”, se confrontati con i lavoratori tradizionali egualmente “controvoglia”, risultano più appagati in 5 di tali aspetti, allo stesso livello in altri 8, e, infine, più insoddisfatti in 2 parametri. Quali? La “sicurezza della retribuzione” e il “livello della retribuzione”: ossia le tipiche certezze offerte dal lavoro stabile.

Al contrario, gli indipendenti risultano più realizzati in termini di: “tematiche del lavoro svolto”, “indipendenza nella vita lavorativa”, “atmosfera del posto di lavoro”, “flessibilità d’orario” e “flessibilità di location”.

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Uno studio scientifico, “The Gig Economy and Contingent Work: An Occupational Health Assessment” (Journal of occupational and environmental medicine, 2017), ha inoltre scandagliato le varie conseguenze del gig working in termini di salute.

Secondo il paper, che fa riferimento a un survey con un ampio campione realizzato nel 2004, la volontà di lavorare autonomamente è uno degli aspetti in grado di distinguere i potenziali rischi psicologici legati al lavoro indipendente e temporaneo. I soggetti che si sono rivolti a questo lavoro per necessità, infatti, hanno dichiarato maggiore stress psicologico e problemi somatici rispetto alle controparti che hanno scelto liberamente quel percorso professionale.

Secondo gli autori, Molly Tran e Rosemary Sokas, i lavoratori temporanei condividono con i gig worker un aspetto già noto da tempo: l’insicurezza reddituale che impone loro di cucire assieme molti piccoli ‘gigs’ per raggiungere un guadagno soddisfacente. “La maggior parte dei gig jobs”, scrivono gli autori dello studio, “viene eseguito in modo separato, e spesso in competizione, con i compagni di lavoro, negando ai worker un contatto faccia a faccia con i propri colleghi”. Tale scambio è importante perché “costituisce la base sia del sostegno sociale sia della discussione sulle problematiche del lavoro”. La separazione interna dei gig worker è già stata trattata molte volte, visto che le competizioni intestine dei lavoratori di Uber, Foodora o Deliveroo hanno da tempo attirato l’attenzione della cronaca generalista.
Ciò non toglie che la Gig economy, nel suo complesso, comprenda realtà assai diverse, nelle quali questi aspetti risultano attutiti, se non assenti.

Va ricordato infatti, come ha fatto non molto tempo fa The Economist, che la Gig economy nella maggioranza dei casi crea nuove opportunità lavorative, più che sottrarre lavoro già esistente e di tipo tradizionale.

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L’autorevole rivista inglese, sostiene ad esempio che “le aziende ride-hailing sembrano incrementare la domanda di trasporto a noleggio privato piuttosto che costringere i taxi convenzionali ad abbandonare il mercato”. Il fatto che la Gig economy favorisca nuove opportunità di lavoro, invita a riflettere sugli effetti – anche psicologici – delle persone che passano da uno stato di disoccupazione, con tutti i suoi disagi, a un’attività di gig working.

Non solo, le realtà più competitive e potenzialmente più stressanti per il gig worker fanno spesso capo a compagnie che forniscono servizi precisi (come consegne e trasporti) e che si avvalgono di numerosi lavoratori occasionali. Quantomeno sulla carta. Per questo, un maggiore controllo sui rapporti di lavoro può chiarire se, dietro lo schermo del gig working autonomo, si celino in realtà modalità di lavoro subordinato e contribuire ad affrontare eventuali disagi causati da una condizione di involontaria precarietà.

Alberto Battaglia

Giornalista professionista, attento fin dagli esordi alle tematiche di carattere economico. Si è formato presso le redazioni di Milano Finanza e Radio24; ha lavorato per Wall Street Italia, per l'edizione web di SkyTg24 e collaborato con varie altre testate. Per jobby cura la rubrica “What a wonderful work”- novità e approfondimenti dal mondo del lavoro